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Fimp nazionale

  1. Roma, 12 giugno 2019 – Per inseguire un’abbronzatura perfetta, moltissime persone si sottopongono a sedute di lampade solari. Questa pratica si basa su una convinzione errata: che i lettini possano preparare la pelle all’esposizione alla luce estiva. Anzi, si va incontro a pericoli molto più grandi degli apparenti benefici. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno innalzato il livello di rischio delle apparecchiature UV nella classe di massima allerta: sono considerate “cancerogeni per l’uomo”, esattamente come le sigarette! Questa abitudine è tanto più pericolosa se inizia da giovanissimi.

    Un’esposizione precoce, in particolare tra gli under 35, incrementa del 75% il rischio di sviluppare melanoma. In Italia sono infatti vietate ai minori di 18 anni. Le lampade possono inoltre danneggiare il sistema immunitario e gli occhi e accelerare l’invecchiamento.
    Il melanoma è prevenibile soprattutto grazie a corretti comportamenti quando ci si espone al sole. Ad esempio, fra gli errori più frequenti vi è credere che, una volta scuri, il rischio scompaia. Non è così: l’abbronzatura è il meccanismo che la pelle mette in atto per proteggersi ma non rappresenta di per sé uno scudo. Anche quando l’epidermide è già bella dorata non bisogna mai dimenticarsi di applicare una crema solare con un buon filtro protettivo. Questo va scelto sulla base del fototipo (l’identikit costruito in base ai propri “colori”) e va applicato generosamente.

  2. 11 giugno 2019 - Fondazione GIMBE, Roma

    La Fondazione GIMBE ha presentato oggi presso la Sala Capitolare del Senato della Repubblica il 4° Rapporto sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN): «Davanti al lento e progressivo sgretolamento della più grande opera pubblica mai costruita in Italia – esordisce il Presidente Nino Cartabellotta – negli ultimi dieci anni nessun Esecutivo ha mai avuto il coraggio di mettere la sanità pubblica al centro dell’agenda politica, ignorando che la perdita di un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico, oltre a compromettere la salute delle persone e a ledere un diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione, porterà ad un disastro sociale ed economico senza precedenti».
    Dal Rapporto GIMBE emerge la mancanza di un disegno politico di lungo termine per “preservare e potenziare” la sanità pubblica – già invocato dal Presidente Mattarella nel discorso di fine anno – oltre che la scarsa attitudine degli attori della sanità a rinunciare ai privilegi acquisiti per tutelare il bene comune e soprattutto, constata amaramente il Presidente, che «cittadini e pazienti, ignorando il valore inestimabile del SSN di cui sono “azionisti di maggioranza” non sono mai scesi in piazza per rivendicare la tutela della sanità pubblica e costringere la politica a tirarla fuori dal dimenticatoio».
    «L’Italia – affonda il Presidente – siede nel G7 tra le potenze economiche del mondo, ma la politica ha fatto precipitare il finanziamento pubblico per la sanità ai livelli dei paesi dell’Europa orientale, considerando la sanità come un mero capitolo di spesa pubblica da saccheggiare e non una leva di sviluppo economico da sostenere, visto che assorbe solo il 6,6% del PIL e l’intera filiera della salute ne produce circa l’11%. In tal senso, mentre il mondo professionale e i pazienti aspirano alle grandi (e costose) conquiste della scienza e l’industria investe in questa direzione, l’entità del definanziamento pubblico allontana sempre di più l’accessibilità per tutti alle straordinarie innovazioni farmacologiche e tecnologiche oggi disponibili».
    «Peraltro – continua il Presidente – la scarsa attitudine ad investire in sanità va a braccetto con la facilità a disinvestire, visto che dal 2010 tutti i Governi hanno ridotto la spesa sanitaria per fronteggiare le emergenze finanziarie, fiduciosi che il SSN fornirà sempre risultati eccellenti e consapevoli che qualcun altro raccoglierà i cocci». Ma al tempo stesso, con l’obiettivo (fallito) di aumentare il consenso elettorale, hanno puntato sui sussidi individuali (bonus 80 euro, reddito di cittadinanza, quota 100), indebolendo di fatto le tutele pubbliche in sanità ed aumentando la spesa delle famiglie.
    La Fondazione GIMBE ha presentato oggi presso la Sala Capitolare del Senato della Repubblica il 4° Rapporto sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN): «Davanti al lento e progressivo sgretolamento della più grande opera pubblica mai costruita in Italia – esordisce il Presidente Nino Cartabellotta – negli ultimi dieci anni nessun Esecutivo ha mai avuto il coraggio di mettere la sanità pubblica al centro dell’agenda politica, ignorando che la perdita di un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico, oltre a compromettere la salute delle persone e a ledere un diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione, porterà ad un disastro sociale ed economico senza precedenti».
    Dal Rapporto GIMBE emerge la mancanza di un disegno politico di lungo termine per “preservare e potenziare” la sanità pubblica – già invocato dal Presidente Mattarella nel discorso di fine anno – oltre che la scarsa attitudine degli attori della sanità a rinunciare ai privilegi acquisiti per tutelare il bene comune e soprattutto, constata amaramente il Presidente, che «cittadini e pazienti, ignorando il valore inestimabile del SSN di cui sono “azionisti di maggioranza” non sono mai scesi in piazza per rivendicare la tutela della sanità pubblica e costringere la politica a tirarla fuori dal dimenticatoio».
    «L’Italia – affonda il Presidente – siede nel G7 tra le potenze economiche del mondo, ma la politica ha fatto precipitare il finanziamento pubblico per la sanità ai livelli dei paesi dell’Europa orientale, considerando la sanità come un mero capitolo di spesa pubblica da saccheggiare e non una leva di sviluppo economico da sostenere, visto che assorbe solo il 6,6% del PIL e l’intera filiera della salute ne produce circa l’11%. In tal senso, mentre il mondo professionale e i pazienti aspirano alle grandi (e costose) conquiste della scienza e l’industria investe in questa direzione, l’entità del definanziamento pubblico allontana sempre di più l’accessibilità per tutti alle straordinarie innovazioni farmacologiche e tecnologiche oggi disponibili».
    «Peraltro – continua il Presidente – la scarsa attitudine ad investire in sanità va a braccetto con la facilità a disinvestire, visto che dal 2010 tutti i Governi hanno ridotto la spesa sanitaria per fronteggiare le emergenze finanziarie, fiduciosi che il SSN fornirà sempre risultati eccellenti e consapevoli che qualcun altro raccoglierà i cocci». Ma al tempo stesso, con l’obiettivo (fallito) di aumentare il consenso elettorale, hanno puntato sui sussidi individuali (bonus 80 euro, reddito di cittadinanza, quota 100), indebolendo di fatto le tutele pubbliche in sanità ed aumentando la spesa delle famiglie.
    «Per progettare il SSN del futuro – puntualizza il Presidente – bisogna innanzitutto uscire dal perimetro della spesa sanitaria, perché la spesa sociale di interesse sanitario e la spesa fiscale per detrazioni e deduzioni sono custodite nello stesso “salvadanaio”: quello utilizzato per la salute degli italiani». Secondo le analisi effettuate la spesa per la salute in Italia 2017 ammonta complessivamente a € 204.034 milioni:
    • Spesa sanitaria: € 154.920 di cui € 113.131 milioni di spesa sanitaria pubblica e € 41.789 milioni di spesa sanitaria privata. Di questa € 35.989 milioni a carico delle famiglie e € 5.800 milioni intermediati da fondi sanitari/polizze collettive (€ 3.912 milioni), polizze individuali (€ 711 milioni) e da altri enti (€ 1.177 milioni).
    • Spesa sociale di interesse sanitario: € 41.888,5 milioni di cui € 32.779,5 milioni di spesa pubblica, in larga misura relative alle provvidenze in denaro erogate dall’INPS, e € 9.109 milioni stimati di spesa delle famiglie.
    • Spesa fiscale: € 7.225,5 milioni per deduzioni e detrazioni di imposta dal reddito delle persone fisiche per spese sanitarie (€ 3.864,3 milioni) e € 3.361,2 milioni per contributi versati a fondi sanitari integrativi, cifra ampiamente sottostimata per l’indisponibilità dei dati relativi al welfare aziendale e alle agevolazioni fiscali a favore delle imprese).

    «Al di là delle cifre – spiega Cartabellotta – oggi la vera sfida è identificare il ritorno in termini di salute delle risorse investite in sanità (value for money): secondo le nostre analisi il 19% della spesa pubblica, almeno il 40% di quella delle famiglie ed il 50% di quella intermediata non migliorano salute e qualità di vita delle persone». Ecco perché bisogna avviare riforme sanitarie e fiscali, oltre che azioni di governance a tutti i livelli, per ridurre al minimo i fenomeni di sovra-utilizzo di servizi e prestazioni sanitarie inefficaci o inappropriate e sotto-utilizzo di servizi e prestazioni efficaci e appropriate, aumentando il value for money delle tre forme di spesa sanitaria e pervenendo ad una loro distribuzione ottimale.
    Il Rapporto conferma le 4 determinanti della crisi di sostenibilità del SSN: definanziamento pubblico, sostenibilità ed esigibilità dei nuovi LEA, sprechi e inefficienze ed espansione del “secondo pilastro”.
    • Definanziamento pubblico. «Nel periodo 2010-2019 – precisa Cartabellotta – sono stati sottratti al SSN circa € 37 miliardi e l’incremento complessivo del fabbisogno sanitario nazionale è stato di € 8,8 miliardi, con una media annua dello 0,9% insufficiente anche solo a pareggiare l’inflazione (+ 1,07%)». Nessuna luce in fondo al tunnel visto che il DEF 2019 riduce progressivamente il rapporto spesa sanitaria/PIL dal 6,6% nel 2019-2020 al 6,5% nel 2021 e al 6,4% nel 2022 e le buone intenzioni della Legge di Bilancio 2019 (+€ 8,5 miliardi nel triennio 2019-2021) sono subordinate ad ardite previsioni di crescita e alla stipula, tutta in salita, del Patto per la Salute.
    • Sostenibilità ed esigibilità dei nuovi LEA. Il Rapporto analizza le criticità per definire e aggiornare gli elenchi delle prestazioni e quelle che condizionano l’omogenea erogazione ed esigibilità dei nuovi LEA : «È ormai inderogabile – sottolinea il Presidente – un consistente “sfoltimento” delle prestazioni basato su evidenze scientifiche e princìpi di costo-efficacia per mettere fine ad un paradosso inaccettabile: in Italia il finanziamento pubblico tra i più bassi d’Europa convive con il “paniere LEA” più ampio, garantito però solo sulla carta». Quale prova tangibile, la mancata pubblicazione del “decreto tariffe” in ostaggio del MEF per mancata copertura finanziaria non permette l’esigibilità dei nuovi LEA su tutto il territorio nazionale, trasformando un grande traguardo politico in una cocente delusione collettiva.
    • Sprechi e inefficienze. Il Rapporto aggiorna le stime sull’impatto degli sprechi sulla spesa sanitaria pubblica 2017: € 21,59 miliardi erosi da sovra-utilizzo di servizi e prestazioni sanitarie inefficaci o inappropriate (€ 6,48 mld), frodi e abusi (€ 4,75 mld), acquisti a costi eccessivi (€ 2,16 mld), sotto-utilizzo di servizi e prestazioni efficaci e appropriate (€ 3,24 mld), inefficienze amministrative (€ 2,37 mld) e inadeguato coordinamento dell’assistenza (€ 2,59 mld).
    • Espansione del secondo pilastro. Ruolo e potenzialità dei fondi sanitari integrativi sono compromessi da una normativa frammentata e incompleta, che da un lato ha permesso loro di diventare prevalentemente sostitutivi, con la garanzia di cospicue agevolazioni fiscali, dall’altro consente all’intermediazione assicurativa di gestire i fondi invadendo il mercato della salute con “pacchetti” di prestazioni superflue che alimentano il consumismo sanitario e possono danneggiare la salute. «Continuare a dirottare risorse pubbliche sui fondi sanitari tramite le agevolazioni fiscali e non riuscire a rinnovare contratti e convenzioni e, più in generale ad attuare le inderogabili politiche sul personale – spiega il Presidente – è un chiaro segnale di privatizzazione del SSN che configura un grave atto di omissione politica».

    Accanto a queste quattro “patologie”, due “fattori ambientali” peggiorano ulteriormente lo stato di salute del SSN: la non sempre leale collaborazione tra Governo e Regioni, oggi ulteriormente perturbata dalle istanze di regionalismo differenziato, e le irrealistiche aspettative di cittadini e pazienti che da un lato condizionano la domanda di servizi e prestazioni, anche se inutili, dall’altro non accennano a cambiare stili di vita inadeguati che aumentano il rischio di numerose malattie.
    Con questa diagnosi, la prognosi per il SSN al 2025 non può che essere infausta: secondo le stime del Rapporto GIMBE per riallineare il SSN a standard degli altri paesi europei e offrire ai cittadini italiani un servizio sanitario di qualità, equo e universalistico sarà necessaria nel 2025 una spesa sanitaria di € 230 miliardi. Visto che la soluzione offerta dal “secondo pilastro” non è che un clamoroso abbaglio collettivo, il rilancio del SSN richiede la convergenza di tutte le forze politiche e un programma di azioni coraggiose e coerenti: dal consistente aumento del finanziamento pubblico alla ridefinizione del perimetro dei LEA, dalla rivalutazione delle agevolazioni fiscali per i fondi sanitari al ripensamento delle modalità con le quali viene erogata la spesa sociale di interesse sanitario al fine di pervenire ad un fabbisogno socio-sanitario nazionale. «Ma soprattutto – spiega il Presidente – bisogna “mettere in sicurezza” le risorse ed evitare le periodiche revisioni al ribasso, ovvero definire sia una soglia minima del rapporto spesa sanitaria/PIL, sia un incremento percentuale annuo del fabbisogno sanitario nazionale pari almeno al doppio dell'inflazione».
    «Riprendendo parole di gattopardiana memoria – conclude Cartabellotta – se vogliamo rilanciare il SSN dobbiamo cambiare tutto – entità del finanziamento, criteri di riparto, verifica adempimenti LEA, pianificazione e organizzazione dei servizi sanitari, modalità di rimborso delle prestazioni – affinché non cambi nulla, ovvero per non perdere i princìpi di equità, solidarietà e universalismo che da 40 anni costituiscono il DNA del nostro Servizio Sanitario Nazionale».
    La versione integrale del 4° Rapporto GIMBE è disponibile all’indirizzo web: www.rapportogimbe.it

  3. A cura di Fabrizio Fusco, pediatra di famiglia - Valdagno

    Simon Baron-Cohen

    “LA SCIENZA DEL MALE” ovvero “L’empatia e le origini della crudeltà”

    Raffaello Cortina Editore, 2012. 21 euro

    La storia abbonda di esempi di crudeltà umana: non solo la shoah perpetrata dal nazismo, ma anche il genocidio degli armeni, ai tempi dell’impero ottomano, o più recentemente l’altrettanto terribile genocidio dei tutsi in Ruanda e… per non parlare dei tanti altri piccoli crimini quotidiani, di cui è piena la cronaca di ogni giorno, che ci fanno interrogare sulla malvagità umana.

    Cattivi si nasce: è quanto afferma lo psicologo inglese Simon Baron-Cohen, che ritiene che la cattiveria sia una malattia dovuta alla scarsa capacità empatica.

    In precedenti saggi, l’Autore si era occupato di autismo e altri disturbi del comportamento. Già allora si era posto le domande: a cosa si deve la incapacità ad empatizzare? Cosa accade quando perdiamo il desiderio o la capacità di comprendere ciò che provano gli altri? Disturbo borderline della personalità, psicopatia, narcisismo, Asperger ed autismo: patologie diverse ma legate da una assoluta mancanza di empatia.

    Ma cosa distingue il comportamento di questi dalla malvagità di uno psicopatico?

    In questo libro Baron-Cohen scava in profondità nella nostra anatomia, indicandoci come funziona, o non funziona, nel nostro cervello, il “circuito dell’empatia”.

    L'empatia è una capacità innata, tuttavia ci sono delle forti differenze individuali e la comprensione dell'altro non è frutto solo di sforzo intellettuale, ma dell'attività di precise aree cerebrali che ci rendono più o meno sensibili e attenti verso gli altri.

    Per Baron-Cohen la capacità di "mettersi nei panni degli altri" può esprimersi in 6 gradi, dal livello massimo, che denota forte intuitività e comprensione degli altri, fino al grado zero, in cui la capacità empatica umana è pressoché assente. La maggior parte delle persone si trova più o meno a metà, è possibile che si verifichino dei cali temporanei di empatia, ma ci sono anche individui poco empatici a causa di una precisa conformazione dei loro circuiti neurali.

    L’Autore spiega come siano rilevanti non solo i fattori sociali e ambientali, come l’indifferenza dei genitori o i vari tipi di abuso, ma anche quelli più propriamente biologici e quindi come i nostri geni possano renderci più o meno capaci di metterci nei panni degli altri. Naturalmente l’empatia può essere coltivata e sviluppata, magari a scuola e a casa.

    Insomma, la società moderna ci pone un'altra sfida individuale: quella di sentirci vicini al prossimo, quella di uscire dalla nostra dimensione individuale per calarci nei panni degli altri.

    Solo questo quotidiano esercizio ci può salvare dalla crudeltà, caratteristica infamante della nostra specie.

    Se il tema vi intriga, vi aspettiamo al congresso FIMP di Paestum, dove dialogheremo con Alessandro Albizzati del bambino cattivo.

  4. A cura di Emanuela Malorgio, coordinatore nazionale gruppo di studio SONNO

    Carissimi colleghi eccoci di nuovo a parlare di sonno. Questa volta di sonno e dispositivi elettronici o devices.

    Come sapete negli ultimi anni molto si è scritto sull’ uso indiscriminato dei devices quale causa di deprivazione di sonno e di disturbi del neuro-sviluppo, in particolare dell’apprendimento scolastico nei pre-adolescenti e negli adolescenti (1).

    Secondo una revisione americana i devices sono presenti nelle camere da letto del 75% dei bambini e nel 90% degli adolescenti; inoltre circa il 60% degli adolescenti intervistati riferiscono di visualizzare o interagire con gli schermi nelle ore precedenti il sonno (2).

    Una recente revisione sistematica di 67 studi sul tempo di utilizzo dello schermo e dei media in giovani e adolescenti (1999-2014), ha evidenziato nel 90% della popolazione esaminata, una riduzione del tempo totale di sonno con una conseguente deprivazione di sonno, legata all’ uso di device serale e notturno (3).

    L’uso regolare dei device da parte dei ragazzi è molto diffuso anche in Italia come in molti altri paesi europei ed extra-europei (in Irlanda ad esempio recenti studi hanno evidenziato che un bambino su due utilizza tutti i giorni i dispositivi touchscreen).

    Ma poco è stato scritto circa i bambini più piccoli.

    Eppure è esperienza comune quanto sia diffuso l’uso in qualità di “baby sitter” di smartphone, tablet, televisione, PC tra i bambini di età anche inferiore all’ anno. Chi di noi non ha ricevuto almeno una volta un lattante ancora sul passeggino, ma già con in mano lo smartphone del genitore, distratto e contenuto da un gioco o un video ?

    Il Progetto Buona Notte sviluppato dalla FIMP nel 2016 e per il quale molti di voi hanno fornito preziosa collaborazione, ha evidenziato come 1 bambino su 5 tra 1 e 5 anni utilizza quotidianamente un device e ha posto in correlazione tale uso con una deprivazione di sonno che si fonda sulla riduzione del tempo totale del sonno stesso e sulla maggior latenza al sonno (tempo di addormentamento).

    Su questo particolare argomento abbiamo concentrato la nostra attenzione, pubblicando un articolo sulla rivista European Journal of Pediatrics (4)

    Le modalità con cui i device determinano un disturbo del sonno in questa fascia di età non si discostano da quelle relative all’adolescenza:

    1) l’uso serale dei devices allunga il tempo di latenza all’addormentamento riducendo il tempo totale di sonno;

    2) il contenuto di cio’ che il device propone normalmente (film, cartoni animati, giochi violenti e\o veloci) eccita il SNC,aumenta il livello di arousal cognitivo, stimolando i neurotrasmettitori eccitatori e contrastando o ritardando la secrezione delle sostanze che inducono il sonno: inoltre giocare con un dispositivo touchscreen con maggiore livello di interattività potrebbe essere più stimolante del semplice guardare un dispositivo stazionario con uno schermo non interattivo;

    3) la luce emessa dai video (soprattutto la luce blu) riduce la produzione di melatonina endogena, attraverso la stimolazione del sistema foto-neuro-endocrino.

    Sapevate che l'American Academy of Pediatrics, dopo aver esaminato la letteratura esistente su tradizionali e nuovi media, ha emesso nel 2016 una “dichiarazione politica” che raccomanda alle famiglie di evitare qualsiasi utilizzo di supporti digitali da parte dei bambini fino a 24 mesi (e sottolineo: evitare qualsiasi utilizzo), limitando l'uso dello schermo a 1 ora al giorno per bambini da 2 a 5 anni scegliendo sempre programmi dai contenuti di buona qualità?

    Sicuramente questi sono consigli molto difficili da far accettare ai nostri genitori, ormai dipendenti (come tutti) da questi strumenti di comunicazione.

    Proviamo però a considerare con loro due aspetti:

    -         il primo è che lo sviluppo del cervello del loro piccolo avviene in modo significativo nei primi 3 anni di vita, periodo in cui il sistema nervoso centrale si trova nello stadio di sviluppo più vulnerabile [16]; ma forse questo è un concetto un po' lontano ai più dei nostri genitori.

    -         il secondo è legato al fatto che il loro bambino nei primi anni di vita costruisce quella che sarà la “biblioteca madre” delle nozioni fondamentali su cui costruiranno tutte le conoscenze e le capacità intellettive…e tradotto per i nostri genitori si potrebbe dire che un uso corretto di questi device renderà il loro bambino più intelligente e sveglio. Questa idea potrebbe facilitare una maggior aderenza ai nostri consigli (come dice il proverbio.. adattandolo un po': ogni scarrafone è “genio” a mamma sua).

    Non a caso ho scritto “un uso corretto dei device”: infatti credo che il consiglio di “non usare” i device sia anacronistico e che sia più aderente all’ evoluzione dei nostri tempi suggerire un “uso intelligente” dei device: ad esempio nei primi Bilanci di salute invitare la mamma e il papà a posticipare l’ avvicinamento del piccolo ai device dopo i due anni, favorendo nei primi 24 mesi la lettura ed il gioco interpersonale del piccolo (come “baby sitter” sono sicuramente meglio nonni, nido, scuola materna o ludoteca piuttosto che la televisione o gli smartphone).

    Successivamente stabilire insieme ai genitori tempi e modalità di utilizzo di questi strumenti dai 24 mesi in poi consigliando l’uso per 1 o 2 ore al giorno e lontano dalla fase di addormentamento. In tale momento consigliate la lettura condivisa di un libro, sottolineando la bontà di tale abitudine sia per consolidare un bel rapporto col proprio bambino, sia per facilitare il suo apprendimento scolastico (chissà che qualche dislessia o disgrafia o “dis-che vogliamo” vada riducendosi, attraverso una costante lettura di libri …).

    Concludo ringraziando tutti i colleghi che hanno dedicato del loro prezioso tempo alla raccolta dei dati per il Progetto Buona Notte: solo con questi possiamo fare ragionamenti concreti su come impostare il nostro lavoro e sull’orientamento della spesa delle nostre energie.

    Alla prossima Newsletter.

    Bibliografia

    1. Monique K. LeBourgeois, Lauren Hale, Anne-Marie Chang, Lameese D. Akacem, Hawley E. Montgomery-Downs and Orfeu M. Buxton. Digital Media and Sleep in Childhood and Adolescence. Pediatrics. 2017; 140(Suppl 2): S92–S96
    2. Ahearne C, Dilworth S, Rollings R,Livingstone V,Murray D. Touch-screen technology usage in toddlers. Arch Dis Child 2016; 101(2):181–183
    3. Carter B, Rees P, Hale L, Bhattacharjee D, Paradkar MS. Association between portable screen-based media device access or use and sleep outcomes: a systematic review and meta-analysis. JAMA Pediatr 2016; 170(12):1202–1208
    4. Chindamo S, Buja A, DeBattisti E, Terraneo A, Marini E, Gomez Perez LJ, Marconi L, Baldo V, Chiamenti G, Doria M, Ceschin F, Malorgio E, Tommasi M, Sperotto M, Buzzetti R, Gallimberti L. Sleep and new media usage in toddlers.Eur J Pediatr 2019; 178: 483.

  5. A cura di Vito Romanelli, Area Ambiente e Salute FIMP

    Le ricerche più autorevoli degli studiosi di tematiche ambientali suggeriscono ormai di considerare l’uomo come un vero e proprio sistema comunicativo, aperto e multi-direzionale, in grado, quindi, di determinare continue modifiche dell’ambiente che lo circonda e di esserne a sua volta modificato in maniera costante e dinamica.

    L’uomo “informa” il suo ambiente e ne viene a sua volta “informato” in modo incessante e sistematico.

    E’ molto probabile che un ruolo fondamentale lo giochino in questo senso anche le esposizioni a campi elettromagnetici (CEM), in quanto le onde stesse hanno, a seconda della propria frequenza, differenti capacità di penetrazione in vari tessuti biologici (ossa, cervello, cristallino, midollo spinale, etc.).

    I ricercatori internazionali in molteplici studi segnalano significative correlazioni ed ipotizzano alterazioni dell’organismo successive alla esposizione, distinguendo però fra esposizioni a RF (radiofrequenze di tv, radio, cellulari) ed esposizioni ad ELF (extramely low frequency, diffuse da elettrodotti, forni industriali, etc.)

    I danni ipotizzati riguardano il sistema ghiandolare, la sfera riproduttiva e la stessa sfera comportamentale (irritabilità, stanchezza, cefalea).

    Particolare importanza rivestono le numerose segnalazioni di correlazioni fortemente sospette fra l’esposizione ai campi elettromagnetici ELF e l’insorgere di tumori celebrali e, soprattutto, di leucemie ((Ahlbom A, Day N, Feychting M, Roman E, Skinner J, Dockerty J, Linet M, McBride M, Michaelis J, Olsen JH, Tynes T, Verkasalo PK.Br J Cancer. 2000 Sep;83(5):692-8. A pooled analysis of magnetic fields and childhood leukaemia.).

    Inoltre, recenti studi “in vitro” sia su cellule animali che su cellule umane (staminali e non) evidenziano chiaramente il verificarsi di veri e propri danni cellulari, a seguito delle esposizioni ai campi elettromagnetici RF, a causa degli effetti termici da essi indotti.

    Si tratta di importanti alterazioni a carico della membrana cellulare, con danni molecolari che in particolare riguardano l’equilibrio elettrochimico della membrana stessa.

    Si possono anche creare frequenti danni a carico dello stesso DNA cellulare.(Vijayalaxmi(1), Obe G, Bioelectromagnetics. 2005 Jul;26(5):412-30. Controversial cytogenetic observations in mammalian somatic cells exposed to extremely low frequency electromagnetic radiation: a review and future research recommendations.)

    Succede, infatti, che le stesse cellule non riescano a riparare il danno subito anche se utilizzano quei meccanismi compensatori di cui naturalmente dispongono e che normalmente risultano essere, invece, molto efficaci.

    Il danno diventa pertanto permanente e, dunque, trasmissibile alle generazioni successive.

    Le analisi e gli studi riportati in riferimento alle modalità di esposizione ai cellulari indicano che fino anche al 50% della energia emanata dagli stessi viene assorbita dalla testa. Nel tempo, opacizzazione del cristallino, acufeni e fosfeni, stanchezza, mal di testa, calo della memoria, aumento della pressione intraoculare, degenerazioni tumorali a carico del nervo acustico sono stati studiati in correlazione all’esposizione a CEM ((Environ Health Perspect.2004 Dec; 112(17):1741-54. Epidemiology of health effects of radiofrequency exposure. Ahlbom A, Green A, Kheifets L, Savitz D, Swerdlow A; ICNIRP (International Commission for Non-Ionizing Radiation Protection) Standing Committee on Epidemiology.).

    Sono stati condotti anche studi che studiano la correlazione tra l’esposizione a cem e una riduzione delle capacità e delle funzioni cognitive, in particolare nei bambini, le cui ossa craniche presentano uno spessore minore e, dunque, risultano più vulnerabili alle radiazioni stesse (Haarala C, BjÃrnberg L, Ek M et al..Effect of a 902 MHz electromagnetic field emitted by mobile phones on human cognitive function: a replication study.Bioelectromagnetics 2003; 24:283-8). Va inoltre segnalata la maggiore “vivacità” ed il maggior grado di attività delle cellule degli organismi dei bambini.

    L’uso dei cellulari, dunque, va considerato chiaramente tanto più dannoso quanto più bassa è l’età del soggetto esposto alle radiazioni.

    Il rischio di sviluppare una leucemia infantile acuta si stima essere triplicato nei bambini esposti alle onde elettromagnetiche rispetto a quanti, invece, non siano esposti (Ahlbom A, Day N, Feychting M, Roman E, Skinner J, Dockerty J, Linet M, McBride M, Michaelis J, Olsen JH, Tynes T, Verkasalo PK.Br J Cancer. 2000 Sep;83(5):692-8. A pooled analysis of magnetic fields and childhood leukaemia.)

    Il danno correlabile all’uso del telefonino è comunque strettamente connesso ai tempi di utilizzo dello stesso, come del resto è logico attendersi.

    Le percentuali relative allo sviluppo di patologie severe (in primis tumori del s.n.c.) aumentano del 20-30 % per una esposizione ed un utilizzo continuativo che superi i dieci anni (Comba P. Studi epidemiologici sui campi elettromagnetici: evidenze di rischio e indicazioni per la prevenzione. E&P 2002;4:191-79).

    In verità occorre precisare che a partire dal 2013 la agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lyon ha elevato la classificazione dei campi elettromagnetici a Radiofrequenze dalla classe “3” (non cancerogeni) alla classe “2B”, ovvero possibili cancerogeni.

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